Venezuela: Il regime sfrutta il terremoto per consolidare il potere
Il regime venezuelano ha visto nell’emergenza causata dal violento doppio terremoto della settimana scorsa un pretesto per consolidare il suo potere e per ritardare ulteriormente una transizione politica che non è mai stata davvero nei suoi piani.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha politicizzato la gestione dell’emergenza, ostacolando i tentativi dell’opposizione di mobilitarsi.
La tattica di Rodríguez consiste nell’esercitare una specie di monopolio sui soccorsi in cui tutti gli aiuti devono passare dal governo centrale.
Una tattica che può essere però controproducente: se la risposta restasse inadeguata – come in questi primi giorni – sarebbe difficile non assumersene la responsabilità per un governo già impopolare e considerato illegittimo da buona parte della popolazione.
Mancano mezzi per scavare e molti dei palazzi crollati erano già fatiscenti prima del terremoto.
Durante una visita nella capitale Caracas, Rodríguez è stata contestata in pubblico: è una cosa rarissima in un paese coi livelli di repressione del Venezuela.
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Nonostante la gravità della situazione umanitaria, la polizia ha cercato di impedire agli attivisti dell’opposizione di consegnare gli aiuti, risultato di una campagna di donazioni organizzata dall’estero dalla leader María Corina Machado.
Machado ha detto di volere tornare a breve in Venezuela per partecipare alla ricostruzione e l’ipotesi non entusiasma l’amministrazione Trump, che era il principale sponsor internazionale di Machado ma al tempo stesso ha grossa influenza sul governo di Rodríguez e per il momento le basta così.
La polizia militare pattuglia una zona colpita dal terremoto, a La Guaira, il 28 giugno
La polizia militare pattuglia una zona colpita dal terremoto, a La Guaira, il 28 giugno (AP Photo/Matias Delacroix)
Gli attivisti dell’opposizione si sono sentiti dire che solo i punti governativi potevano usare la dicitura «centro donazioni» e che gli unici punti autorizzati erano quelli del Partito Socialista Unito, quello al potere.
Inoltre il regime in pratica ha bloccato La Guaira, una zona costiera che è stata tra le più colpite: ha potuto raggiungerla solo chi aveva un’autorizzazione governativa e questo ha impedito l’afflusso di volontari.
Rodríguez ha sostenuto che i volontari stavano ingolfando il traffico, ritardando l’arrivo dei mezzi pesanti (che però scarseggiano).
L’opposizione accusa la presidente Rodríguez di sfruttare il terremoto per tentare di ricavarne legittimazione, sia interna sia internazionale.
Si spiega così la scelta del regime, che ai tempi di Maduro aveva pessimi rapporti con i paesi vicini, di accettare gli aiuti di paesi con governi autoritari di destra considerati nemici dal chavismo, come l’Argentina di Javier Milei ed El Salvador di Nayib Bukele (chavismo da Hugo Chávez, capo del regime socialista instaurato nel 1999 di cui Rodríguez è l’ultima espressione, dopo la cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro in un’operazione mirata statunitense a gennaio).
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Nel frattempo Rodríguez sta facendo continui appelli all’unità nazionale di fronte alla tragedia, mentre questa narrazione è smentita dai fatti.
Justicia, Encuentro y Perdón, una delle principali associazioni per i diritti umani, le ha chiesto di dimostrare di essere in buona fede scarcerando tutti i prigionieri politici: ce ne sono ancora, nonostante la parziale amnistia e le promesse del regime, e dopo il terremoto le loro condizioni sono ancora più precarie.
Provea, un’altra ong, ha contestato le cifre ufficiali sui morti, denunciando la scarsa trasparenza del governo.
Le ultime sostengono siano stati almeno 1.719.
María Corina Machado riceve una maglietta celebrativa nella sede del suo partito Vente Venezuela a Panamá, lo scorso 24 maggio
María Corina Machado riceve una maglietta celebrativa nella sede del suo partito Vente Venezuela a Panamá, lo scorso 24 maggio (AP Photo/Matias Delacroix)
Il doppio terremoto ha trovato Rodríguez in una situazione particolare, di campagna elettorale permanente nonostante non abbia ancora convocato le elezioni, una cosa che si pensa prima o poi gli Stati Uniti la spingeranno a fare.
Un recente sondaggio ha registrato che se le elezioni fossero libere – e ai tempi di Maduro non lo erano – Rodríguez prenderebbe il 4,5 per cento e Machado l’82,6 per cento, nonostante la sua vicinanza a Trump le sia costata alcuni consensi negli ultimi mesi.
Rodríguez sostiene di essere l’unica adatta a guidare una transizione, ammesso non sia una transizione di facciata, anche perché ha l’appoggio degli apparati militari e di sicurezza.
Da aprile stava facendo una specie di tour in autobus del Venezuela, accompagnato da un tentativo di ridefinire l’immagine del suo governo: per esempio, soppiantando con tinte blu e gialle il rosso della tradizione socialista e dell’iconografia chavista.
C’è infine una questione procedurale.
Rodríguez era stata dichiarata presidente ad interim dal Tribunale Supremo in virtù dell’assenza «forzata» ma «temporanea» di Maduro, il presidente titolare.
Questa possibilità, secondo la costituzione venezuelana, può essere estesa per un massimo di due volte e per 90 giorni.
Una volta scaduti questi termini il parlamento dovrebbe dichiarare «permanente» l’assenza di Maduro con un voto, e andrebbero convocate elezioni entro 30 giorni.
Tutte queste scadenze sono passate e non è successo nulla, anche se i riferimenti a Maduro si sono rarefatti nella comunicazione ufficiale.